Mario Balotelli in the 2014 Italy Home Kit that features PUMA's PWR ACTV Technology

I veri Opti Pobà sono Made in Italy

“L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare . Noi, invece, diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio”

Un potenziale Presidente di federazione non dovrebbe parlare in questo modo. Ma in Italia… Da quando Carlo Tavecchio, candidato favorito alla presidenza della FIGC si è espresso in questi termini, il mondo del calcio internazionale ha reagito con sdegno. Ma non in Italia, dove Tavecchio può ancora farcela, a meno di un improvviso voltafaccia delle società più importanti.

Questo incidente rischia, come altri in passato, di coprire di vergogna l’Italia, e la dice lunga non solo sulla piramide inversa del potere nel vecchio stivale, ma anche su come razzismo e immigrazione vengano percepiti da queste parti; e su come l’ondata di sdegno non sia stata sufficiente né a squalificare Tavecchio, né a far sì che alcuni Italiani percepiscano le questioni razziali come nel resto dell’Europa.

In questo articolo, insisterò molto sulla parola “alcuni”. Ci sono infatti molti miei connazionali che trattano le altre nazionalità con il rispetto che meritano, anche se su un fenomeno sottile, diffuso e sfaccettato come questo, i numeri e le percentuali sono difficili da stabilire. Peccato che il dibattito sul razzismo in Italia sia a volte estremamente contorto. Ancor più preoccupante è che proprio coloro che detengono il potere o possono formare l’opinione pubblica spesso sono i peggiori trasgressori.

Che sia La Gazzetta dello Sport a pubblicare una vignetta con Balotelli raffigurato come King Kong, o Tuttosport che che prova la battuta a effetto (“Li abbiamo fatti neri…”), non importa. Preoccupa che certi grandi quotidiani cerchino la battutaccia (senza ammetterne la natura razzista) anche quando Mario Balotelli (e chi sennò?), nato da genitori ghanesi, aveva appena schiantato la Germania con una doppietta che aveva proiettato l’Italia verso la finale dell’Europeo. Ma perché King Kong? Perché ricordargli che è nero? Non dovrebbe essere semplicemente italiano, ormai? Ancora piu inquietante e’ che sia La Gazzetta a macchiarsi d’un tale passo falso, la stessa Gazzetta che non ha lasciato la prima linea da quando Tavecchio ha parlato e che continua a tartassarlo di critiche. Se questi sono i cosiddetti non-razzisti, significa che il dibattito, da noi, non e’ poi cosi approfondito come ci piacerebbe pensare.

Non è la prima volta che cose del genere succedono in Italia, che persone di vertice imbarazzino il paese incuranti dello sdegno popolare, come quando Berlusconi definì “abbronzato” Obama, il giorno della sua inaugurazione. E’ forse per questo che ancora non si riesce a formare una massa critica sufficiente a liquidare Tavecchio. E così si spiega forse perché Joseph Minala sia corso in suo aiuto: Minala gioca nella Lazio, e il presidente della Lazio difende Tavecchio a spada tratta!

Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai soliti politici e far finta che l’Italia sia un paese tollerante, al pari di quelle democrazie occidentali che cerca disperatamente di emulare. La verità è che tante persone di ogni estrazione non esitano, anche spesso, a oltrepassare i limiti del razzismo o della xenofobia. Che dire di chi sostiene che una casa popolare “è sporca da quando ci abitano gli albanesi”, oppure non frequenta ragazze di colore “perché puzzano” ? Devo queste citazioni a due miei amici italiani, istruiti, solitamente moderati, sensibili e fieri delle loro conoscenze multietniche…ma potrei citare parecchi altri esempi, a partire dall’italo-londinese che in piena estate si mette a gesticolare davanti ad una musulmana col velo, urlandole “Nevica, signora, nevica!”, o dei passeggeri in treno che, alla vista d’una poppante (musulmana anche lei) in preda alle lacrime, sparano: “Mamma, non voglio saltare in aria!”.

Certo, ci possono essere casi in cui la non conoscenza, o la mancanza di una componente africana nella cultura italiana moderna possono rappresentare un qualche tipo di scusa: come quando i giocatori del Crocetta Baseball Club (nel Parmense) si sono dipinti il viso di nero per prendere in giro l’attore Wesley Snipes nel film “Major League”. Dopotutto, mancando in Italia una tradizione teatrale con il “nero” stereotipato, e non essendoci stata la tratta, o peggio ancora la schiavitù dei neri, chi mai avrebbe potuto offendersi? E come potevano gli ignari giocatori immaginare di aver fatto qualcosa di sbagliato? Ma a pensarci bene, dietro cotanta ingenuità potrebbe nascondersi una memoria nazionale molto selettiva (come spesso succede), grazie alla quale, nella scia post-bellica degli “Italiani brava gente”, il paese si dimentica del suo passato fascista, punta il dito contro la Germania e cerca di dimenticare i propri peccati.

Forse il problema va oltre quello che sostiene John Foot, e cioè che l’immigrato tipo non sarà mai “uno di noi” . Forse non ci pensiamo nemmeno all’immigrato, o meglio non pensiamo a quello che prova quando gli tiriamo addosso l’ennesima pietra. Dopotutto, non fa nemmeno parte della nostra cultura o del modo di pensare: esiste perché noi possiamo farci gioco di lui. Eppure esiste un’altra Italia, quella che si dimena per i disperati di Lampedusa, o la famiglia che ha adottato un extracomunitario (già adulto), provando a far di tutto per aiutarlo ad ottenere il permesso di soggiorno. Lo hanno cercato disperatamente anche dopo l’espulsione, scoprendo pero’ che era morto nel disperato tentativo di attraversare il Sahara per tornarsene in patria.

E persino quando scoppia la bolla dell’indignazione antirazzista, tanti la guardano con incredulità: “Ma come? Noi non siamo razzisti! Ma non capite che è una battuta? Basta con gli estremisti del politicamente corretto! “ Il colmo è che, a parti invertite, gli Italiani fanno presto a scendere sul sentiero di guerra: che si tratti di un giornalista inglese che fa la solita battuta sui napoletani, o dei siti internazionali che parlano di razzismo per giustificare le intemperanze di Balotelli in serie A (quando in alcuni casi si trattava di ben altro), o ancora del quotidiano Bild che spinge a fondo sul pedale della propaganda anti-italiana… Certo, per essere un popolo la cui storia è tutt’uno con l’emigrazione, gli Italiani potrebbero fare alle nuove generazioni cioè i loro padri avrebbero voluto per se stessi. O no?

Quello che succede con l’attaccante Mario Balotelli è tipico, e dimostra che anche coloro che hanno una sensibilità razziale non ne capiscono a fondo tutti i risvolti. Ad esempio, quando Super Mario è stato destinatario di uno striscione degli ultrà juventini che recitava :” Non ci sono Italiani neri” (e non sono gli unici), alcuni hanno attribuito la colpa proprio a lui e ai suoi atteggiamenti provocatori, che avrebbero per così dire fatto da catalizzatore e causato l’incidente. E tanto per spargere sale sulla ferita, alcuni altri si sono precipitati a difendere gli ultrà: non sono razzisti, hanno solo usato quelle parole perché sapevano che gli avrebbero dato fastidio e lo avrebbero innervosito… Vale la pena ricordare che buona parte dei media italiani non siano cascati nel tranello, e che abbiano anzi continuato a contraddire queste menzogne.

E’ notevole come alcuni siano pronti a difendere un branco di ultrà quando di mezzo c’è la questione della razza, mentre li condannerebbero all’istante su tutta una serie di altre questioni. Insomma, si è trattato di un attacco razzista e basta. E in secondo luogo, perché concedere il beneficio del dubbio ad un gruppo di tifosi non proprio conosciuti per la loro moderazione? E se anche volessimo dire che non si è trattato di razzismo, come minimo dobbiamo parlare di “mancanza di sensibilità razziale”: qualcosa di cui andare fieri ?

Il comportamento di Tavecchio dopo che è scoppiato il bubbone è a dir poco scandaloso. Ha dichiarato: “Pochi hanno fatto quanto me per il terzo Mondo”, riferendosi al lavoro che sostiene di aver svolto per portare più immigrati nell’alveo del calcio dilettantistico. Io non sono un esperto in materia, ma non posso assolvere questo modo di ragionare. E’ come dire: “ Ho aiutato i neri in alcune circostanze, quindi va bene se adesso non li tratto da eguali. Che grande dirigente che sono!”

Ancora peggio, il ricorso all’immagine di “Opti Pobà” o della non fa altro che anticipare i grandi classici del dopo-scandalo, tipo :” Ho tanti amici neri!”. Tavecchio ha tutta l’aria di un razzista che fa di tutto per dimostrare di non esserlo, quando in realtà lo è, eccome. Anche quando ha detto una cosa tutto sommato giusta, cercando di rendere omaggio allo sport femminile, ecco uscire della parole completamente inopportune (“handicappate”).

E’ francamente deprimente che un paese che dà così tanta importanza alle buone maniere sembri pronto ad abbandonarle quando si parla di immigrazione e razza. Non è solo mancanza di consapevolezza, ma anche una questione di saper maneggiare con cura certi argomenti. Il fatto di non capire che una certa parola può essere percepita come un insulto non autorizza a muoversi con la grazia di un pazzoide leghista come Mario Borghezio che di mattina presto spruzza DDT sulle prostitute africane in treno.

La domanda è: il fatto che un settantenne usi un linguaggio dai toni razzisti proprio mentre si prepara all’incarico più importante della sua vita, cosa ci dice del personaggio Tavecchio, e soprattutto dell’Italia? Forse la risposta a questa domanda è la cosa più deprimente di tutte.

 

, , ,

No comments yet.

Leave a Reply

Powered by WordPress. Designed by Studio Negativo