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I veri Opti Pobà sono Made in Italy

“L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare . Noi, invece, diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio”

Un potenziale Presidente di federazione non dovrebbe parlare in questo modo. Ma in Italia… Da quando Carlo Tavecchio, candidato favorito alla presidenza della FIGC si è espresso in questi termini, il mondo del calcio internazionale ha reagito con sdegno. Ma non in Italia, dove Tavecchio può ancora farcela, a meno di un improvviso voltafaccia delle società più importanti.

Questo incidente rischia, come altri in passato, di coprire di vergogna l’Italia, e la dice lunga non solo sulla piramide inversa del potere nel vecchio stivale, ma anche su come razzismo e immigrazione vengano percepiti da queste parti; e su come l’ondata di sdegno non sia stata sufficiente né a squalificare Tavecchio, né a far sì che alcuni Italiani percepiscano le questioni razziali come nel resto dell’Europa.

In questo articolo, insisterò molto sulla parola “alcuni”. Ci sono infatti molti miei connazionali che trattano le altre nazionalità con il rispetto che meritano, anche se su un fenomeno sottile, diffuso e sfaccettato come questo, i numeri e le percentuali sono difficili da stabilire. Peccato che il dibattito sul razzismo in Italia sia a volte estremamente contorto. Ancor più preoccupante è che proprio coloro che detengono il potere o possono formare l’opinione pubblica spesso sono i peggiori trasgressori.

Che sia La Gazzetta dello Sport a pubblicare una vignetta con Balotelli raffigurato come King Kong, o Tuttosport che che prova la battuta a effetto (“Li abbiamo fatti neri…”), non importa. Preoccupa che certi grandi quotidiani cerchino la battutaccia (senza ammetterne la natura razzista) anche quando Mario Balotelli (e chi sennò?), nato da genitori ghanesi, aveva appena schiantato la Germania con una doppietta che aveva proiettato l’Italia verso la finale dell’Europeo. Ma perché King Kong? Perché ricordargli che è nero? Non dovrebbe essere semplicemente italiano, ormai? Ancora piu inquietante e’ che sia La Gazzetta a macchiarsi d’un tale passo falso, la stessa Gazzetta che non ha lasciato la prima linea da quando Tavecchio ha parlato e che continua a tartassarlo di critiche. Se questi sono i cosiddetti non-razzisti, significa che il dibattito, da noi, non e’ poi cosi approfondito come ci piacerebbe pensare.

Non è la prima volta che cose del genere succedono in Italia, che persone di vertice imbarazzino il paese incuranti dello sdegno popolare, come quando Berlusconi definì “abbronzato” Obama, il giorno della sua inaugurazione. E’ forse per questo che ancora non si riesce a formare una massa critica sufficiente a liquidare Tavecchio. E così si spiega forse perché Joseph Minala sia corso in suo aiuto: Minala gioca nella Lazio, e il presidente della Lazio difende Tavecchio a spada tratta!

Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai soliti politici e far finta che l’Italia sia un paese tollerante, al pari di quelle democrazie occidentali che cerca disperatamente di emulare. La verità è che tante persone di ogni estrazione non esitano, anche spesso, a oltrepassare i limiti del razzismo o della xenofobia. Che dire di chi sostiene che una casa popolare “è sporca da quando ci abitano gli albanesi”, oppure non frequenta ragazze di colore “perché puzzano” ? Devo queste citazioni a due miei amici italiani, istruiti, solitamente moderati, sensibili e fieri delle loro conoscenze multietniche…ma potrei citare parecchi altri esempi, a partire dall’italo-londinese che in piena estate si mette a gesticolare davanti ad una musulmana col velo, urlandole “Nevica, signora, nevica!”, o dei passeggeri in treno che, alla vista d’una poppante (musulmana anche lei) in preda alle lacrime, sparano: “Mamma, non voglio saltare in aria!”.

Certo, ci possono essere casi in cui la non conoscenza, o la mancanza di una componente africana nella cultura italiana moderna possono rappresentare un qualche tipo di scusa: come quando i giocatori del Crocetta Baseball Club (nel Parmense) si sono dipinti il viso di nero per prendere in giro l’attore Wesley Snipes nel film “Major League”. Dopotutto, mancando in Italia una tradizione teatrale con il “nero” stereotipato, e non essendoci stata la tratta, o peggio ancora la schiavitù dei neri, chi mai avrebbe potuto offendersi? E come potevano gli ignari giocatori immaginare di aver fatto qualcosa di sbagliato? Ma a pensarci bene, dietro cotanta ingenuità potrebbe nascondersi una memoria nazionale molto selettiva (come spesso succede), grazie alla quale, nella scia post-bellica degli “Italiani brava gente”, il paese si dimentica del suo passato fascista, punta il dito contro la Germania e cerca di dimenticare i propri peccati.

Forse il problema va oltre quello che sostiene John Foot, e cioè che l’immigrato tipo non sarà mai “uno di noi” . Forse non ci pensiamo nemmeno all’immigrato, o meglio non pensiamo a quello che prova quando gli tiriamo addosso l’ennesima pietra. Dopotutto, non fa nemmeno parte della nostra cultura o del modo di pensare: esiste perché noi possiamo farci gioco di lui. Eppure esiste un’altra Italia, quella che si dimena per i disperati di Lampedusa, o la famiglia che ha adottato un extracomunitario (già adulto), provando a far di tutto per aiutarlo ad ottenere il permesso di soggiorno. Lo hanno cercato disperatamente anche dopo l’espulsione, scoprendo pero’ che era morto nel disperato tentativo di attraversare il Sahara per tornarsene in patria.

E persino quando scoppia la bolla dell’indignazione antirazzista, tanti la guardano con incredulità: “Ma come? Noi non siamo razzisti! Ma non capite che è una battuta? Basta con gli estremisti del politicamente corretto! “ Il colmo è che, a parti invertite, gli Italiani fanno presto a scendere sul sentiero di guerra: che si tratti di un giornalista inglese che fa la solita battuta sui napoletani, o dei siti internazionali che parlano di razzismo per giustificare le intemperanze di Balotelli in serie A (quando in alcuni casi si trattava di ben altro), o ancora del quotidiano Bild che spinge a fondo sul pedale della propaganda anti-italiana… Certo, per essere un popolo la cui storia è tutt’uno con l’emigrazione, gli Italiani potrebbero fare alle nuove generazioni cioè i loro padri avrebbero voluto per se stessi. O no?

Quello che succede con l’attaccante Mario Balotelli è tipico, e dimostra che anche coloro che hanno una sensibilità razziale non ne capiscono a fondo tutti i risvolti. Ad esempio, quando Super Mario è stato destinatario di uno striscione degli ultrà juventini che recitava :” Non ci sono Italiani neri” (e non sono gli unici), alcuni hanno attribuito la colpa proprio a lui e ai suoi atteggiamenti provocatori, che avrebbero per così dire fatto da catalizzatore e causato l’incidente. E tanto per spargere sale sulla ferita, alcuni altri si sono precipitati a difendere gli ultrà: non sono razzisti, hanno solo usato quelle parole perché sapevano che gli avrebbero dato fastidio e lo avrebbero innervosito… Vale la pena ricordare che buona parte dei media italiani non siano cascati nel tranello, e che abbiano anzi continuato a contraddire queste menzogne.

E’ notevole come alcuni siano pronti a difendere un branco di ultrà quando di mezzo c’è la questione della razza, mentre li condannerebbero all’istante su tutta una serie di altre questioni. Insomma, si è trattato di un attacco razzista e basta. E in secondo luogo, perché concedere il beneficio del dubbio ad un gruppo di tifosi non proprio conosciuti per la loro moderazione? E se anche volessimo dire che non si è trattato di razzismo, come minimo dobbiamo parlare di “mancanza di sensibilità razziale”: qualcosa di cui andare fieri ?

Il comportamento di Tavecchio dopo che è scoppiato il bubbone è a dir poco scandaloso. Ha dichiarato: “Pochi hanno fatto quanto me per il terzo Mondo”, riferendosi al lavoro che sostiene di aver svolto per portare più immigrati nell’alveo del calcio dilettantistico. Io non sono un esperto in materia, ma non posso assolvere questo modo di ragionare. E’ come dire: “ Ho aiutato i neri in alcune circostanze, quindi va bene se adesso non li tratto da eguali. Che grande dirigente che sono!”

Ancora peggio, il ricorso all’immagine di “Opti Pobà” o della non fa altro che anticipare i grandi classici del dopo-scandalo, tipo :” Ho tanti amici neri!”. Tavecchio ha tutta l’aria di un razzista che fa di tutto per dimostrare di non esserlo, quando in realtà lo è, eccome. Anche quando ha detto una cosa tutto sommato giusta, cercando di rendere omaggio allo sport femminile, ecco uscire della parole completamente inopportune (“handicappate”).

E’ francamente deprimente che un paese che dà così tanta importanza alle buone maniere sembri pronto ad abbandonarle quando si parla di immigrazione e razza. Non è solo mancanza di consapevolezza, ma anche una questione di saper maneggiare con cura certi argomenti. Il fatto di non capire che una certa parola può essere percepita come un insulto non autorizza a muoversi con la grazia di un pazzoide leghista come Mario Borghezio che di mattina presto spruzza DDT sulle prostitute africane in treno.

La domanda è: il fatto che un settantenne usi un linguaggio dai toni razzisti proprio mentre si prepara all’incarico più importante della sua vita, cosa ci dice del personaggio Tavecchio, e soprattutto dell’Italia? Forse la risposta a questa domanda è la cosa più deprimente di tutte.

 

Italy needs a makeover

“In England, they identify the players coming in and, if they are professional, they are allowed to play. Here instead we get Opti Pobà, who previously ate bananas and then suddenly becomes a first-team player with Lazio.”

This is not how a potential Federation President should chair one of his meetings. Not in Italy. Ever since Carlo Tavecchio, the heavily favoured candidate to take over the FIGC, uttered these words, the international footballing community has reacted with disgust. Not the Italian one, where Tavecchio still has a chance to take over, provided Italy’s major clubs don’t attempt a sudden volte-face.

This incident will, like many others before it, plunge Italy into infamy, and says a lot not merely about the inverted pyramid of power in the old boot, but also about how race and immigration are perceived there; about how plenty of revulsion hasn’t provided the necessary storm to hound Tavecchio from office, nor indeed necessarily helped Italians perceive racial questions in the same way as some of their European neighbours.

The emphasis in this piece will always be on the word some– there are plenty of kind-hearted people among my countrymen who treat other nationalities and creeds with the respect they warrant, though percentages regarding a subtle, widespread and multifaceted phenomenon are tough to quantify.

Yet the national debate on race in Italy can be incredibly skewed, and what’s even more worrying is that those either at the top or in a position to shape public opinion can be some of the worst transgressors.

Whether it is the Gazzetta dello Sport publishing a cartoon of Balotelli as King Kong or Tuttosport trying some suggestive double entendre (“Li abbiamo fatti neri”, meaning “we have beaten them black and blue”), it is worrying that certain mainstream newspapers are trying to go for the cheeky joke (and refusing to acknowledge the racist nature of their gags) even after the Ghanaian-born Mario Balotelli, (who else?) had buried Germany with an impressive double to send Italy through to the European Championship Final. Why a damn gorilla? Why always remind him he’s black? Shouldn’t he just be an Italian by now?

It’s a bit of a déjà vu in Italy, that of the higher ups embarrassing a country it does not represent and caring little for the public backlash, something akin to when Silvio Berlusconi called Barack Obama “tanned” upon the latter’s inauguration. This is probably why a critical mass sufficient to topple Tavecchio has yet to form. This may also explain why Joseph Minala came out in his defence: Minala plays for Lazio, whose president is backing Tavecchio to the hilt.

But it is frankly too easy to just blame it on the politicians and pretend that Italy is as tolerant as the Western European democracies it so desperately wants to emulate. Truth is that for all the upstanding people we have here, there are others who cross the line in all walks of life- and it happens all too often.

What can you say when someone claims that a council house has been “filthy since Albanians have been living in it”, or refusing to sleep with black girls because “they smell”? The first quote comes from an otherwise sensitive, articulate and moderate person, the second from a hip-hop enthusiast who repeatedly boasted of his ethnic friends. Both acquaintances, both Italian.

Admittedly there are times when ignorance, or rather the lack of an African component in modern Italian culture, could be an excuse, like when a local baseball team hit the ol’ blackface routine to lampoon Wesley Snipes from comedy film Major League. As Italy had never had a history of blackface comedy, or indeed of recent slavery, who would be offended? And how could the perpetrators know they were in the wrong?

On the flipside, such naivety could have something to do with a selective national memory (they all are), one that has conveniently left Faccetta Nera (little black face) behind in the post-war Italiani Brava Gente trend, when a rebuilding Italy pointed the finger at Germany and tried to forget its own sins. Faccetta Nera was a popular sing celebrating Italy’s African conquests in the 1930’s, achieved thanks to gas attacks and exploding-and outlawed- dumdum bullets.

Maybe the problem goes deeper than John Foot’s contention that your typical immigrant can never truly be “one of us”. Maybe we never even think about him to begin with, or rather not what he might feel when we cast the umpteenth stone. He isn’t even a part of the culture, of the local mindset, and is there to be made to made fun of.

Even then, when the anti-racial indignation hits the fan, it is dismissed with incredulity: “We’re not racist! Can’t you take a joke? DELIVER US FROM THE PC POLICE!”. Ironically, Italians are (rightly) never far from the war path when the boot is on the other foot, whether an English journalist makes a lazy crack about Neapolitans, international websites immediately cry racism as a reason for Mario Balotelli acting up in a Serie A game or when Das Bild goes full pelt on the anti-Italian propaganda. For a people whose history is synonymous with immigration, Italy could surely do unto the newer generations what its forefathers would have liked to have done unto themselves?

The country’s take on Ghanaian- born striker Mario Balotelli is particularly infuriating, and shows that even those who are well versed in racial sensitivity don’t quite grasp many of its niceties. For example. when Super Mario was the target of a Juventus ultras banner proclaiming that “there are no black Italians”, some threw it back at him, his provocative posturing blamed as the catalyst for the incident. Just to rub salt in the wound, there are those who have rushed to the offending ultras’ defence: they weren’t racist, but just used those terms because they knew it would hit him where it hurt most. It is telling that some would be willing to defend a group of ultras when it comes to race – when they would draw instant condemnation in many other fields. For a start, it’s a racist attack. Secondly, why give a bunch of fans not known for their moderate views the benefit of the doubt? Even taking this argument at face value, it may not be racist, but it’s racially insensitive. Is that something to feel proud of?

Tavecchio’s behaviour after the scandal broke has been nothing short of shocking, declaring that “Few have done what I have for the Third World”, plugging the work he claims to have done to bring more immigrants into the amateur footballing fold. Whilst I am no expert on such matters, even taking him at face value doesn’t absolve him: “I helped a black guy play football, so it’s fine if I don’t treat him as an equal. What a fabulous master I am!”. Worse, his use of “negro banana-eater” and “handicapped women” is essentially pre-empting post-scandal classics like “I have plenty of black friends!”. His delivery smacks of a racist doing everything he can to crudely prove that he isn’t- but he’s so out-of-touch that he can barely keep it under the surface.

It is frankly depressing that a country that places so much importance on manners should seem ready to flout them when it comes it to immigration and race. It’s not just about a supposed lack of awareness, but about treading carefully when dealing with certain subjects. Just because you don’t understand how insulting a particular word can be, doesn’t mean you should bulldoze through the situation with all the subtlety of resident Northern League lunatic Mario Borghezio spraying DDT over African prostitutes on an early morning train.

What does it say of Tavecchio, and Italy, that a 70-year-old should use racially charged language in what was effectively the run-up to the most important job interview of his life? Maybe that is the most depressing thing of all.